Who is Served by Intellectual Property?

A good read on how "intellectual property" rights, which are supposed to foster innovation and benefits for all of society, end up benefitting only a few.

A chi serve la proprieta' intellettuale


di Giancarlo Zinoni (ATTAC)


Il 26 aprile era la giornata mondiale della Proprieta' Intellettuale. Col motto “Incoraggiare la Creatività”, si nasconde il vero ruolo di brevetti e copyright.



È costume proclamare delle giornate internazionali su temi specifici e quest’anno, promossa dal WIPO (Word Intellectual Property Organization), il 26 Aprile è la giornata o dovrebbe essere, stante lo scarso, se non nullo, entusiasmo con cui è accolta, della Proprietà Intellettuale col motto “Incoraggiare la Creatività”.
Tralasciando il momento agiografico, poco interessante, l’iniziativa è l’occasione per fare alcune riflessioni su uno stato di fatto pressante e preoccupante.



È di dominio pubblico che la protezione ed il monopolio offerti dalla Proprietà Intellettuale, permette la protervia delle case farmaceutiche mondiali che negano, per scopi di profitto, le medicine a milioni di persone condannate a morte dall’ADS, tubercolosi, ed altre malattie endemiche; permette l’assalto alla genetica, trasformando dei beni e dei valori naturali, come con i prodotti transgenici, in profitto e dominio economico mondiale; permette alle multinazionali del software di creare un clima soffocante attorno alla libera creatività dei programmi per elaboratori.


Procediamo con ordine. Nel 1967, il 14 luglio, sotto l’egida dell’ONU, si costituisce il WIPO allo scopo di “promuovere la protezione della proprietà intellettuale nel mondo” (art.3 § i); esso unifica in un’unica categoria i brevetti ed diritti d’autore che erano regolati da due giurisdizioni separate, i primi dalla convenzione di Parigi del 20 marzo del 1883 ed i secondi dalla Convenzione di Berna del 9 settembre 1886.
La nuova realtà industriale, formatasi nel secondo dopoguerra, genericamente definita come post-fordismo, vede nella nuova nozione di proprietà intellettuale l’opportunità d’espandere l’area delle protezioni date dalla proprietà industriale e dai diritti d’autore a tutto lo spettro delle attività intellettuali e di trasformare in profitto il general intellect, ovvero il lavoro intellettuale ed i processi cognitivi, fin’anche le scoperte scientifiche (art 2, § viii).


La rivoluzione introdotta dal Wipo si sviluppa in sordina, nei ristretti ambienti del nuovo capitalismo, finché trova la sua grande stagione coi Trips, (Trade-related aspects of intellctual property rights), lanciati dal Wto nel 1994.
Cos’era avvenuto nei trent’anni che separano questi dalla nascita Wipo? Si afferma il mercato capitalista mondiale (globalizzazione), esplodono le biotecnologie e l’informatica, i computer ed i software; e poiché questi ultimi ricadono, necessariamente, entro l’area dei diritti d’autore, la Proprietà Intellettuale si presta a promuovere la loro mutazione in prodotti industriali.


Quali le implicazioni sociali, culturali ed infine giuridiche che la nozione di proprietà attribuita all’attività intellettuale comporta?
L’attività intellettuale, ossia il pensiero, è immateriale tanto che il Wipo nella presentazione del suo sito (http//www.wipo.int/) assume d’avere la «vocazione a promuovere l’utilizzazione e la protezione delle opere dello spirito». La pretesa è quanto mai ambiziosa poiché le opere dello spirito sono senza limiti; ecco che, tramite la proprietà intellettuale, una nuova immensa frontiera è acquisita al diritto di proprietà.
Questo disegno, calato nella prassi industriale e commerciale del capitale, ha conseguenze sconvolgenti; qualsivoglia manifestazione del pensiero o dello spirito, sia prettamente intellettuale sia materiale, è ora potenzialmente trasformata in merce, vendibile e commerciabile.



Ma la mercificazione dell’intelletto ha conseguenze profonde sulla produzione e formazione della cultura dei singoli individui e dei popoli che, con questa, formano la loro l’identità individuale e sociale. L’enorme massa delle inter-relazioni culturali tra gli individui, possibili con la parola, la scrittura, l’arte ed oggi l’informatica, in breve la potenza culturale del dialogo, è sempre di più strumentalizzata alle finalità del mercato e l’individuo è sempre più ridotto ad una monade che interagisce con altre unicamente tramite il modulo della proprietà intellettuale, per quel tanto che abbia saputo o potuto appropriarsene.



È la lenta soppressione della libertà di pensiero ottenuta ed accelerata dai monopoli dell’informatica e della mediatica; ma è anche una contraddizione ove mentre da un lato aumenta la capacità di produrre rappresentazioni del mondo più articolate e complesse, dall’altro il monopolio di questi strumenti ne condiziona le capacità. È questo il senso della ribellione che anima il modo di coloro che si dedicano alla ricerca scientifica ed alla produzione dei programmi dell’informatica; questo è anche il senso della ribellione contro la poliziesca applicazione del diritto d’autore a fronte delle grandi possibilità, anche individuali, di riproduzione delle opere.


Nessun inventore o creativo, produce dal nulla ma sempre a partire da un background di cultura e di mezzi strumentali, da un patrimonio culturale che è sociale. A questo, egli aggiunge il suo personale contributo che, per quanto grande, è pur sempre una parte della sua opera; ma poiché la proprietà intellettuale gli attribuisce l’intera opera lo rende anche usufruttuario della parte collettiva. Inoltre, ancora più grave, per circa un secolo (tanto dura, di fatto, oggi il diritto d’autore) può impedire ad altri di usare, se non a fronte di un compenso, sia del suo contributo sia di quello sociale appropriato.


Il risultato è che mentre da un lato si privatizza il patrimonio culturale sociale, dall’altro s’impedisce che i nuovi contributi siano socializzati. Solo dopo vent’anni per i brevetti, quasi cento per i diritti d’autore, questo patrimonio, in gran parte obsoleto ed esausto, a causa della velocità della produzione culturale, tornerà ad essere patrimonio collettivo. Qualche raro individuo potrà essere favorito da questa logica ma essa è tendenzialmente funzionale alla formazione dei monopoli, sicuramente non alla società che sarà culturalmente e spiritualmente più povera.


Queste considerazioni rendono più che mai necessaria la rivisitazione, anche radicale, della nozione di “proprietà intellettuale” sia nella direzione del contenimento dei diritti di proprietà sia in quella della definizione rigorosa dei prodotti intellettuali, riconoscendo a questi il valore di patrimonio culturale sociale e non solo di lucrose rendite per pochi.
La rivisitazione dei beni intellettuali implica di ridimensionare il dogma dell’interesse privato e ristabilire quello di sociale; ridimensionamento fattibile quando i due interessi non siano più posti in modo alternativo e conflittuale ma bensì cooperanti entro un quadro giuridico di reciproci limiti.


È questa una prospettiva che, per coinvolgere temi economici, giuridici, culturali e politici, necessita d’approfonditi confronti e coinvolgimenti che vanno ben oltre l’area specialistica ed ai quali sempre meno ci si può sottrarre.



Giancarlo Zinoni

Gruppo proprieta' intellettuale ATTAC